L'argento olimpico Andrea Santarelli si racconta ai microfoni di Radio Gente Umbra

Appena tornato dai Giochi di Rio 2016, il campione nato e cresciuto a Foligno è stato ospite negli studi dell'emittente: "Ora l'obiettivo sono le Olimpiadi di Tokyo 2020"

Andrea Santarelli con la medaglia di Rio a Rgu

Non ha mai messo da parte le sue radici, anzi ne ha fatto un punto di forza. Andrea Santarelli, campione olimpico nella spada a squadre di Rio 2016, è da poche ore tornato a Foligno con la medaglia d'argento al collo. La storia del 23enne folignate rimarrà incisa per sempre nel maestoso libro dei giochi olimpici, l'evento sportivo che vede competere i migliori atleti dei cinque continenti. Domenica sera su quella pedana che lo ha visto protagonista del settimo assalto contro i francesi, gli unici ad aver avuto la meglio sulla squadra italiana, insieme a Santarelli c'era tutta una città. In tantissimi sono rimasti svegli fino a notte fonda per ammirare il debutto del giovane concittadino e avere il piacere di veder competere “uno di noi” per un titolo mondiale. Foligno c'era e c'è sempre stata. È qui infatti che Andrea ha preparato e costruito la sua Olimpiade. “Nonostante tutti mi dicessero e continuino a dirmi che dovrei andare via – racconta l'olimpionico – ho scelto di rimanere con le persone a me care e di vivere nella mia città. In una grande metropoli chiunque potrebbe “perdersi” e la serenità mentale in uno sport tecnico come la scherma è tutto. Se sono arrivato fin qui ed ho vinto questa medaglia sono sicuro sia merito anche di questa decisione”.

Quando ti sei avvicinato a questo sport e quando hai capito che questo sport non sarebbe stato un semplice hobby per te?

“Ho iniziato a 5-6 anni, quando mio cugino era tornato da un allenamento e stava riponendo le armi nel portabagagli, perché avevano una cena insieme dai nonni. Allora gli ho chiesto di fare una prova perché c'era un mese gratuito e mi sono appassionato. Da li non ho più smesso. Mi sembra tutto sempre un crescendo, quindi trovo difficile capire quando davvero mi sono reso conto che non sarebbe più stato un hobby. Forse però lo identificherei quando è avvenuto il passaggio in polizia e quindi da non professionista a professionista”.

Qual'è l'impegno che uno sport richiede se praticato a questi livelli? Hai avuto mai un momento di cedimento?

“L'impegno è tantissimo, negli ultimi tre anni per entrare in squadra, affrontare la qualifica olimpica, superarla ed arrivare a Rio ho dovuto raddoppiare gli allenamenti arrivando ad una media di cinque ore al giorno tra preparazione atletica e tecnica. Di momenti di cedimento ce ne sono stati tanti lungo tutto il percorso il primo è avvenuto dopo la scomparsa del maestro Carlo Carnevali. Quando perdi la bussola e non hai più un punto di riferimento tecnico e umano devi fare delle scelte e sperare di fare quelle giuste e la mia famiglia è stata fondamentale in questo. Un altro momento critico è stato l'anno prima del mondiale di Mosca. Ho fatto fatica ad entrare in squadra, i risultati non arrivavano, ogni assalto è vita o morte ed è stato molto faticoso andare avanti, ma ce l'ho fatta”.

Prima dei Giochi Olimpici quali sono state le esperienze che ti hanno segnato maggiormente?

“Ogni episodio a livello sportivo ha la sua rilevanza per determinare il futuro. Una vittoria importante dopo un periodo difficile, penso ad esempio al mondiale di Mosca appunto, rappresenta un avvenimento decisivo per ciò che poi segue quel momento. Dal punto di vista umano la presenza di alcune persone nella mia vita è stata importantissima. Penso al mio amico, Diego Narcisi, che in diverse situazioni è stato per me un'ancora di salvezza. Persone come lui ti danno la forza nel momento del bisogno, nonostante spesso le strade prendano percorsi diversi è bello sapere che la nostra amicizia è rimasta intatta”.

Parliamo nel momento in cui hai capito che vi eravate qualificati per i mondiali di Rio...

“Quando ci siamo qualificati in pochissimi credevano in noi. Nel ranking partivamo da 13esimi e a qualificarsi erano le prime 8 squadre, ma abbiamo lavorato e ci siamo impegnati. Se mi chiedi di pensare a quel momento ricordo tutto quello che abbiamo sofferto per arrivare fin qui”.

Quando è stato pronunciato il tuo nome e hai capito che era arrivato il momento di giocarti la tua Olimpiade?

“Quando sono entrato io l'assalto era già abbastanza compromesso, eravamo sotto di 8/9 stoccate. Il mio ingresso era già stato programmato, potevo entrare e dover contenere una situazione di vantaggio o entrare e cercare di recuperare come poi è accaduto. La Francia non è stata l'avversaria migliore in questo caso, sono bravi a mantenere il punteggio, a mettere a segno dei doppi senza perdere stoccate. Sono comunque soddisfatto perché entrare a freddo e tirare il mio unico assalto, giocarmi i miei unici tre minuti alla mia prima Olimpiade sulla pedana della finale per conquistare l'oro o l'argento non era semplice, ma penso di aver dato il massimo”.

Cosa avevano in più i francesi?

“L'esperienza. Mi sono reso conto che l'Olimpiade è un mondo a parte che prende vita ogni 4 anni, averlo vissuto è importante quando poi si ritorna lì un'altra volta. Per quanto riguarda la nostra squadra tre su quattro di noi erano al debutto. Sperando di essere di nuovo presenti tra quattro anni sono sicuro che saremo più pronti”.

Uno sport, la scherma, che in Italia può contare su pochi numeri ma che mette a segno tante conquiste, come te lo spieghi?

“Riusciamo a raggiungere grandi risultati perché abbiamo grandi maestri, ecco perché vengono chiamati dalla Russia, dalla Germania e dal Giappone. Per assurdo se avessimo i numeri vinceremo ancora di più.”

Hai dedicato questo argento ad una persona in particolare, giusto?

“Si. I ringraziamenti vanno ovviamente al maestro Gnisci, al preparatore Palini, al mental coach Formica, alla mia famiglia, al club scherma di Foligno e allo sponsor Umbra Cuscinetti: ad ognuno di loro appartiene un pezzetto di questa medaglia. Ma in particolar modo questa medaglia è di Carlo Carnevali, da quando lui non c'è più (era il 31 dicembre 2008 ndr) dentro di me si è acceso un fuoco che mi ha sempre tenuto vivo, dato lo spirito, il carattere e la determinazione per andare avanti. Ogni giorno mi chiedo dove sarei in questo momento se ci fosse ancora lui qui. Questa medaglia è tua Carlo”.

Cosa vedi nel tuo futuro?

“Nel mio futuro vedo ancora la scherma. Punto alle Olimpiadi di Tokyo 2020 ma anche i mondiali del prossimo anno sono un grande obiettivo”.

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di Giusy Ribaudo

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