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Lampedusa, una studentessa folignate racconta la sua esperienza tra i profughi

Pubblicato il 12 Ottobre 2015 11:00 - Modificato il 5 Settembre 2023 22:48

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“Li ho visti con i miei occhi. Erano lontani una decina di metri e mi guardavano. Avevano la stessa età di mio padre, mia madre, i miei amici. Erano terrorizzati, questo sì. Questo lo ricordo bene. La loro paura, tanto di morire quanto di sopravvivere, mi ha impressionato”. Angelica Marino, diciotto anni, frequenta l’ultimo anno dell’Istituto Tecnico Economico ‘F. Scarpellini’ e quando parla, dei migranti, clandestini in cerca di fortuna, il suo viso radioso s’incupisce d’un tratto. Diventa improvvisamente grande, con quella ruga ostinata in mezzo alla fronte. Il segno di un ricordo indelebile, il suo viaggio a Lampedusa, che ricompare tutte le volte che qualcuno le parla di loro, gli immigrati senza documenti, chiusi lì, in quello che una volta era un carcere e che oggi è un centro d’accoglienza. Fissa il vuoto davanti a sé, Angelica, e poi riprende: “Li ho visti nella loro quotidiana miseria. C’era un uomo alla finestra, un altro che correva via, una donna che stendeva i panni appena lavati. Erano inermi e disarmati. Mi hanno ignorato tutto il tempo, così come accade ai disperati, quelli che hanno rinunciato al diritto al riserbo e alla dignità”. Angelica, a Lampedusa, c’è arrivata insieme ad altri tre studenti cittadini, raccogliendo l’invito congiunto della Diocesi di Foligno e della Fondazione Migrantes della Cei. C’è rimasta una settimana, dal 22 al 27 settembre,nell’isola della speranza, questo posto di frontiera, attardandosi, la sera, di fronte al luogo da dove sentiva provenire il suono sommesso di voci straniere. Una scia di parole che ora, tornata a casa, cerca di tradurre: “Chiedono aiuto. Qualche volta lo fanno solo guardandoti. Fissando le loro pupille nelle tue. Sì, mi ricordo di questi sguardi fermi eppure assenti”. Angelica, da quando è tornata, non è più la stessa: “Mi succede di fermarmi, in mezzo a una risata, e di ripensare a quegli occhi che volevano parlare ma erano muti, al mio disagio di visitatrice, di una che poi se ne va e li lascia lì, al loro destino”. E’ tornata da esule, Angelica. Un po’ straniera anche lei. Irrimediabilmente più adulta. “Siamo così poco abituati al dolore degli altri che occorre toccarlo con mano, sentirne il peso e la responsabilità”, dice Giovanna Carnevali, preside della scuola. “Ci sono cose che si imparano soprattutto fuori dalle aule. Ci sono cose che devono essere viste e non raccontate”, aggiunge, guardando Angelica e la sua ruga. Corrugando impercettibilmente la fronte anche lei.

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