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Terremoto ’97: Sergio Fusetti e il “Cantiere dell’Utopia”

Pubblicato il 28 Settembre 2015 13:20 - Modificato il 5 Settembre 2023 22:57

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26 settembre 1997. Senza dubbio questa data per gli umbri rappresenta il prima e il dopo, perché nel giro di qualche secondo tutto ciò che era normale divenne da ricostruire e ciò che era caro divenne ricordo. Ore 11.42, scossa di magnitudo 6,1 e IX grado Mercalli, con una profondità di circa 10 km ed epicentro ad Annifo: questi sono i numeri di quella mattina del 1997. Allora non esisteva il digitale, ancora le immagini provenivano da rullini fotografici ed è proprio da una telecamera che il mondo ricevette una delle scene più sensazionali di sempre. Paolo Antolini, operatore Rai, realizzò difatti la sequenza del crollo delle volte della basilica superiore di S. Francesco d’Assisi. Mentre un tecnico era intento a illuminare con una lampada un dettaglio ci fu un sussulto leggero, Antolini si trovava con la telecamera accesa al centro della navata. Tutto a un tratto materia che si rompe, esplode, che si rovescia con un boato assordante e degli uomini che corrono purtroppo incontro al loro destino. Dalla volta della prima campata si staccarono tonnellate di materiale e di lì a poco una montagna di polvere ricoprì tutta la navata. E subito dopo? Un fantasma uscì dalla polvere completamente invaso da detriti, uno sguardo terrorizzato ma consapevole che quel 26 settembre sarebbe stato anche per lui lo spartiacque di una vita e che nulla sarebbe stato uguale a prima. Il fantasma che uscì da quell’inferno era Sergio Fusetti, direttore tecnico dei restauri della Basilica. Ricordiamo la sua immagine ma ancor di più la sua sfida: il famoso “Cantiere dell’Utopia”. Dopo gli interventi per la messa in sicurezza dell’edificio difatti c’erano le vele del Cimabue e di Giotto da restaurare; oltre trecentomila frammenti furono raccolti, selezionati e classificati in base al colore, alle sfumature e alla tecnica esecutiva. Rgunotizie.it ha avuto il piacere di ascoltare le sue parole in riferimento a quegli eventi. “Senza dubbio se ora succedesse un evento di quella portata, non avrei più nemmeno la forza mentale di pensare a una simile operazione. Quello che abbiamo realizzato – dichiara Sergio Fusetti – è qualcosa d’incredibile e pazzo ma che ne vado estremamente fiero. La Basilica è la mia seconda casa, la custodisco ormai con amore da più di quarant’anni ed è proprio l’amore per questa terra e questo edificio che mi ha spinto a intraprendere un cosi difficile cammino post-terremoto. Perché le difficoltà furono numerose, ma dopo otto anni di lavori intensi il 5 aprile 2006 chiudemmo definitivamente il ‘Cantiere dell’Utopia’ per lasciare spazio al cantiere ordinario. La manutenzione ordinaria difatti è necessaria e fondamentale per far si che tutto quello che abbiamo fatto dopo il 1997 non sia perduto e soprattutto che sia mantenuto nel migliore dei modi. Il ricordo di quella terribile mattina è sempre vivo nei miei pensieri, ogniqualvolta varco la soglia della Basilica superiore e devo dire che il fato ha voluto che in quel momento mi trovassi vicino l’altare e l’istinto mi diresse proprio sotto di esso e non verso l’uscita dove persero la vita i miei amici. L’adrenalina per la situazione e per la voglia di recuperare subito il danno non mi ha fatto dormire per quasi 48 ore, dopodiché il primo momento che mi sdraiai su un sedile di un auto iniziai a sentire dei grandi dolori al petto: responso medico più di quattro costole fratturate. Ma ripeto, tanto era l’adrenalina che non sentivo né dolore né stanchezza”. La cura e la dedizione con la quale Sergio Fusetti parla della Basilica è un qualcosa che va al di là della mera professione: è passione indistinta per un luogo e per una terra. Nel frattempo che lui continua a raccontare dei vari interventi fatti negli ultimi anni gli chiedo di farci mostrare le stanze dove sono rimasti i pezzi incompiuti del “grande puzzle”. Sembra di entrare in quei caveau con porte e sbarramenti finché non mi ritrovo in una stanza con corridoi di scaffalature, dove in ognuna rigorosamente numerati in un cassettino Giotto e Cimabue sparsi in migliaia di pezzi. “Purtroppo questi pezzi rimarranno sempre in quel modo poiché impossibile da ricollocare – continua Sergio Fusetti – ma credo che nonostante tutto siamo riusciti in una grande impresa ugualmente. Magari con i frammenti rimasti in futuro si potrà fare qualche mostra, far vedere al pubblico quanto incredibile è stato il lavoro che abbiamo fatto in quel periodo buio per l’Umbria ma anche quanto amore e dedizione abbiamo messo per un simbolo così importante. L’Umbria e il mondo intero, non potevano privarsi di una così bella opera ed io dovevo far di tutto per riportarla al suo splendore”.

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