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Perché oggi è più facile urlare che parlare?

Pubblicato il 19 Luglio 2020 07:14 - Modificato il 5 Settembre 2023 13:33

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“Le persone sono turbate non dalle cose, ma dalle opinioni che di esse si fanno” cit. Epitteto

 

Negli ultimi tempi tutta la nostra comunicazione personale si è modificata, tutti desiderano cambiare qualcosa, nelle famiglie, nel mondo del lavoro, nelle politiche sociali, in pratica nell’intera società.

Ma nessuno riesce a comunicare con l’altro, ed il risultato si palesa quotidianamente davanti ai nostri occhi: un becero ammasso di colpi bassi senza logica, social pieni di insulti e battibecchi, bufale create ad arte da scaltri agitatori di folle mediatiche, e soprattutto nessuna risposta ai problemi reali della gente comune.

Per dare risposte che possano dare aiuto, è necessario entrare in empatia tra persone, connettersi con i loro bisogni, usare un approccio non critico, non giudicante, un approccio che tenga conto del rispetto dell’altro, che sia cooperativo a far emergere le verità di tutti, in pratica quello che io chiamo un “approccio creativo”.

Ma che cosa c’è dietro a tutto questa conflittualità, facciamo tutti un piccolo esame di coscienza, in quanti pensiamo che chi “urla più forte” sia una persona paurosa e insoddisfatta, o che quelli che noi definiamo “razzisti” siano persone insicure ed ignoranti, o ancora quelli che definiamo “asociali o anarchici” siano personaggi che vogliono solo un’autonomia personale?

Bè, se la vostra onestà intellettuale è ancora viva la risposta può essere solo una… oggi tutti noi abbiamo un’immagine dell’altro “negativa a prescindere”, non vogliamo ascoltare le sue idee, non vogliamo capire da dove vengono quelle certezze, ma soprattutto abbiamo paura che ascoltando “l’altro” dovremmo mettere in discussione il nostro “io”.

Dunque come potremmo arrestare questa inconsapevole voglia di nascondersi, di non incontrarsi mai?

Un aiuto importante ci viene da Marshall B. Rosenberg (1934 – 2015), che è stato uno psicologo statunitense impegnato per tutta la sua vita nella creazione dellinguaggio giraffa, meglio conosciuto comeComunicazione Non Violenta(CNV), di cui il suo bellissimo libro, di cui consiglio vivamente la lettura, “Le parole sono finestre (oppure muri)” ne è un meraviglioso esempio.

La CNV di Rosemberg intende trovare un modo perché ogni persona ottenga ciò che per lei è davvero importante, senza ricorrere alla colpa, l’umiliazione, la vergogna, il biasimo, la coercizione o la minaccia.

Ma se questa preziosa eredità comunicativa è utile per risolvere i conflitti, trovarsi in sintonia con gli altri e vivere in maniera consapevole, presente e in armonia con le necessità profonde e genuine che appartengono a te e agli altri, una domanda ci deve sorgere spontanea: perché tutto il nostro mondo politico, scientifico ed economico, senza nessuna distinzione di parte, si sta comportando esattamente in modo opposto?

Se partiamo dall’assunto che dietro ogni conflitto c’è un bisogno insoddisfatto, perché chi dovrebbe tracciare la strada per un futuro migliore non mette in campo dei processi comunicativi atti a facilitare la nascita di relazioni interpersonali non conflittuali e rispettose delle idee e dei bisogni degli altri?

Si è vero, a volte è complicato rendere a parole le nostre sensazioni, ma se vogliamo migliorare dobbiamo impegnarci nel migliorare le nostre capacità di ascolto, evitare la classica reazione istintiva dell’“attacco e fuga”, sia che parliamo in famiglia, in politica, in amicizie, o in semplici riunioni condominiali.

In questo periodo storico, la nostra gestione dei conflitti sta dando la peggiore interpretazione della società moderna soprattutto nei social, dove legioni di “laureati della strada” si sentono autorizzati a calpestare idee e diritti di tutti, nel nome di un anonimato virtuale e di una ignoranza, che risulta essere la peggiore di tutte le pandemie finora conosciute.

Ricordiamoci sempre che ciò che gli altri dicono o fanno può essere lo timolo, ma mai la causa dei nostri sentimenti.

 

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