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L’empatia al centro del rapporto tra medico e paziente

Pubblicato il 16 Febbraio 2020 09:41 - Modificato il 5 Settembre 2023 14:05

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Promuovere un buono stato di salute e cercare di prevenire l’instaurarsi di malattie cronico-degenerative, sono compiti che ogni giorno decine di operatori sanitari cercano di mettere in pratica nella loro attività professionale. Detto in questi termini sembrerebbe facile, inoltre la sostanziale differenza di sapere tra le parti potrebbe ancor più semplificare le cose, come il fatto che il paziente si manifesti spesso con una richiesta di aiuto (gestire una patologia), il che dovrebbe facilitare enormemente il compito del sanitario…e invece no! Le persone in sovrappeso continuano ad assumere grassi e cibi spazzatura, i cardiopatici continuano a condurre una vita sedentaria, per non parlare di persone che fumano e bevono in modo esagerato pur avendo un diabete conclamato.

In questi fatti si evince il dramma del comportamento umano quando le persone, schiacciate tra “cambiamento e resistenza” smettono di affrontare il problema in modo da poter rientrare nella loro zona di confort, a questo punto la logica potrebbe far ricadere tutte le colpe su queste persone, e farci dire…sono loro che non vogliono guarire. 

Ma se fossimo noi operatori a sbagliare la comunicazione?

Di norma quando una persona si reca da un professionista sanitario, la comunicazione che si instaura è di tipo “complementare” (basata sulla differenza medico-paziente) dove il professionista assumendo una posizione primaria rispetto al comportamento del paziente, tende a completarlo differenziandosi notevolmente da esso. Questo tipo di rapporto rigido dove c’è chi dirige e consiglia (il sanitario visto come critico) e un altro che chiede ed obbedisce (la persona malata vista come svogliata), spesso soffoca la personalità del paziente tenendolo costantemente in una condizione di dipendenza emotiva o intellettuale.

Questo porta la persona a sentirsi inadeguata, a pensare che non ce la possa fare, sensazione sostenuta anche dal fatto che il professionista tende a evidenziare i risultati solo sulla base dell’impegno del paziente.

Sia come professionista sanitario che come formatore penso che nell’approccio al cambiamento dei comportamenti rilevanti per la salute dei nostri pazienti, dovremmo tenere presenti due assunti: 

  • Il confronto sul cambiamento con i nostri pazienti non manca mai, e il risultato di questo è influenzato dal nostro comportamento durante il colloquio.
  • Dobbiamo tenere sempre presente che ci sono molte cose che possono peggiorare o migliorare la situazione iniziale del nostro paziente, e riuscire o meno a modificare i suoi comportamenti non solo un suo problema, ma spesso è il nostro modo di comunicare o entrare in empatia con esso.

Quante volte dopo il rifiuto dei pazienti ad assumere consigli sensati per sostenere le loro problematiche o addirittura risolverle, siamo noi professionisti a sentirci frustrati? Quante volte diamo la colpa alla loro ostinazione irrazionale?

Il ruolo del professionista deve essere quello di comunicare in modo chiaro, saper trasmettere il sapere specialistico usando il linguaggio comune, usare una comunicazione efficace supportata da un ascolto attivo e quando serve, saper usare una relazione simmetrica in cui le sue motivazioni tendano a rispecchiarsi in quelle del paziente.

Vi do anche un ‘altra cattiva notizia, non esiste una bacchetta magica per questo, e l’unica conclusione che mi sento di dire è quella di abbandonare l’idea che dare consigli sia sufficiente, dobbiamo diventare prima di tutto empatici verso gli altri, perché è l’unico modo per aiutare le persone a cambiare i loro comportamenti, solo quando gli altri comprenderanno che voi vi state mettendo nei loro panni, saranno pronti a seguirvi, sempre e comunque.

 

Rubrica a cura del dottor Leonardo Mercuri, dietista ANDID/ASAND

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