È un tessuto di epoca medievale, quello recentemente rinvenuto nel monastero di Vallegloria, a Spello, per secoli conservato, custodito e tramandato dalle suore. Potrebbe trattarsi, secondo quanto emerge, di una preziosa testimonianza della produzione tessile dell’Egitto medievale. Occhi esperti dicono, infatti, che per le caratteristiche che presenta potrebbe essere ricondotto alla produzione fatimide e la cui datazione potrebbe risalire al XII secolo.
A rendere ancora più prezioso quel tessuto è, però, anche la memoria secolare, secondo cui quella stoffa sarebbe stata donata da san Francesco alla beata Balbina, correntemente considerata parente di santa Chiara. Secondo la tradizione, dunque, sarebbe stato proprio il Poverello a portare quel manufatto tra le mura di Vallegloria, durante una visita al monastero. Ma c’è di più. Sempre la tradizione lo collegherebbe al viaggio in Egitto di Francesco nel 1219, in occasione del quale incontro il sultano al-Malik al-Kamil (che in quell’occasione conferì a Francesco molti doni) nel contesto della Quinta crociata.
Da una parte, dunque, c’è la storia, dall’altra – come detto – la tradizione. Ad accomunarle questo prezioso reperto, che ha colpito gli addetti ai lavori soprattutto per la sua qualità. Nonostante la fragilità, il tessuto conserva una sorprendente vividezza cromatica e caratteristiche di particolare raffinatezza, elementi che ne sottolineano l’eccezionale qualità e ne determinano la rarità. “Per secoli abbiamo custodito questo manufatto, insieme alla memoria che lo accompagna” ha sottolineato suor Chiara Moscetti, badessa del monastero di Vallegloria, ricordando il ruolo della comunità monastica nella conservazione del tessuto. Una custodia secolare che ha permesso al manufatto di arrivare fino a oggi, pur nella sua attuale fragilità e necessità di un intervento conservativo.

Accanto all’antico manufatto, largo 110 centimetri e lungo 65 centimetri, è stato rinvenuto anche un altro tessuto di colore rosso. “Forse erano parte di un’unica tessitura” ha spiegato la soprintendente Emanuela Daffra dell’Opificio delle pietre dure di Firenze, sottolineando però come, di fatto, andrà indagata la funzione ed il rapporto con quello finemente decorato che, come detto, apparterrebbe alla produzione fatimide. Di certo, lo stupore è stato grande, soprattutto tra gli specialisti per la qualità e quantità di colori, per la varietà dei decori, tra motivi geometrici, configurazioni animali (aquile e leprotti) e per la presenza di scritte in lingua araba.
Al via, dunque, la fase di analisi dell’antico manufatto, che sarà curata proprio dall’Opificio delle pietre dure e, in vista del quale, è stata anche proposta la costituzione di un comitato scientifico che segua, a 360 gradi, il restauro, coniugando gli aspetti tecnici, con quelli storici, artistici e religiosi e con l’interesse civico. Insomma, l’idea avanzata è quella di creare un vero e proprio pool di esperti che possa lavorare sull’antico tessuto che, come sottolineato dalla stessa Draffa, vede nel mondo pochi esemplari simili: due quelli citati è attualmente conservati in altrettanti musei degli Stati Uniti. Si lavorerà, dunque, sulla datazione, l’area di produzione, i materiali, le tecniche di tessitura e la storia della presenza del manufatto a Vallegloria: tutti aspetti che dovranno essere verificati attraverso un articolato programma di indagini, diagnostiche e storico-artistiche.
“La nostra missione – ha commentato Francesca Valentini, a capo della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Umbria – è tutelare due aspetti dei beni culturali: il primo è quello materiale, in questo caso il tessuto e il suo stato conservativo; il secondo, invece, è il suo valore intangibile, dato dalla cura con cui le suore nei secoli lo hanno conservato, tramandato e custodito”. È un tessuto che va studiato e indagato, ma certamente è di origine orientale e testimonia un viaggio, l’arrivo da un luogo lontano. È stato conservato e custodito come oggetto legato a San Francesco, testimoniando la sua apertura verso l’altro e così è arrivato fino a noi straordinariamente intatto. Di questo valore siamo sinceramente contenti e ne saremo custodi”.
Il valore della scoperta è stato ribadito anche da monsignor Felice Accrocca, vescovo delle Diocesi di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Foligno e studioso del francescanesimo, che ha richiamato l’importanza di affrontare la vicenda attraverso il confronto tra le tradizioni tramandate e le fonti storiche, valorizzando al tempo stesso la straordinaria capacità dei luoghi francescani di conservare memorie e testimonianze ancora da studiare. “Non sappiamo ancora se questo sia davvero il tessuto che la tradizione lega a san Francesco – ha detto -, né possiamo oggi affermarne con certezza la datazione e la provenienza come dono del Sultano. Saranno le indagini a stabilirlo. Ma sappiamo – ha sottolineato – già che ci troviamo davanti a un manufatto di straordinario interesse, che merita di essere studiato e conservato”.



















