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Evitare un nuovo caso Morosini: a Foligno esperti a confronto sull’elettrocardiogramma

Pubblicato il 6 Maggio 2016 11:00 - Modificato il 5 Settembre 2023 20:32

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Come poter ridurre e prevenire la mortalità cardiovascolare degli atleti? Una soluzione è sicuramente una corretta ed approfondita lettura dell’elettrocardiogramma di base nella medicina sportiva. Recenti studi hanno infatti evidenziato che, se interpretato correttamente, questo tipo di screening garantisce ottimi riscontri. Medici ed esperti ne hanno parlato venerdì a Foligno. Ad ospitare il corso è stata la caserma “Gonzaga”. Organizzata dalla delegazione umbra dell’Fmsi (Federazione medico sportiva italiana) presieduta dal dottore folignate Giovanni Boni, la giornata di formazione è stata condotta da due esperti di prestigio: il professor Paolo Zeppilli e la dottoressa Valentina Pescatore. Obiettivo del corso, svoltosi in collaborazione con la Società italiana di cardiologia dello sport, quello di migliorare le capacità diagnostiche ed interpretative dei medici sportivi. “L’elettrocardiogramma dell’atleta: incontro con gli esperti”, questo il titolo scelto, è un corso che rientra nel Programma di formazione continua del ministero della Salute ed ha visto la trattazione di varie tematiche: dall’interpretazione dell’elettrocardiogramma degli atleti, all’approfondimento di alcune patologie cardiovascolari. “Lo scopo di questi incontri è quello di educare il medico dello sport a leggere nel miglior modo possibile l’elettrocardiogramma – afferma il professor Zeppilli ai microfoni di Rgu – è importante non sottovalutare anche i piccoli segni. Il progresso ci sta insegnando un sacco di cose ed ha ampliato le nostre conoscenze. I medici sportivi devono individuare gli atleti che possono avere un rischio”. Nel corso degli anni sono stati fatti progressi? “In Italia ce ne sono stati di straordinari, poi però ci siamo un po’ seduti sugli allori – spiega Zeppilli –. Sono arrivati casi come Bovolenta o Morosini. Atleti importanti che, nonostante le visite, sono morti. Abbiamo quindi capito che dovevamo studiare ancora: ci sono patologie difficili da diagnosticare e dobbiamo imparare a riconoscere anche quelle ‘occulte’”.

 

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