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Foligno, otto anni di accoglienza migranti: “Pregiudizi battuti dall’integrazione”

Pubblicato il 5 Agosto 2018 07:50 - Modificato il 5 Settembre 2023 15:48

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Foligno si scopre città accogliente. Rispetto a quell’aprile 2011 quando in città arrivarono i primi migranti dell’emergenza Nord Africa e un gruppo di cittadini raggiunse piazza San Giacomo per dissuadere la Caritas da quel tipo di accoglienza, infatti, la situazione sembra essere nettamente migliorata. Oggi l’ufficio pastorale della diocesi diretto da Mauro Masciotti ospita 74 persone. Di queste, 52 sono richiedenti asilo e fanno parte dei Centri di accoglienza straordinaria. I cosiddetti “Cas”, attivati in virtù dell’emergenza sbarchi a seguito dell’ordinanza prefettizia. Ci sono, poi, 10 titolari di protezione internazionale all’interno dello Sprar, e cioè il servizio del Ministero dell’interno per i progetti di accoglienza, assistenza ed integrazione dei richiedenti asilo. E per finire la famiglia del Sud Sudan, composta da dodici persone, fuggita dalla guerra ed arrivata in Italia attraverso i corridoi umanitari. Uomini, donne e bambini, di diversa nazionalità e con storie difficili alle spalle, che a Foligno sono riusciti a trovare un po’ di serenità. Il clima rovente delle ultime settimane legato non tanto alle temperature quanto all’odio manifestato in diverse parti d’Italia nei confronti degli immigrati, non sembra infatti riguardare la città della Quintana. Dove il processo di integrazione pare andare nella giusta direzione. Nessun episodio di violenza fisica o verbale, fanno sapere dalla Caritas, anche se non si può dire che sia sempre tutto rose e fiori. “Alle volte riscontriamo qualche criticità nei rapporti tra ‘coinquilini’ di diversa nazionalità – spiega il direttore Mauro Masciotti – e negli ultimi tempi anche grandi difficoltà nel reperire appartamenti all’interno dei quali sistemare i nostri accolti. In linea generale, però – prosegue -, il clima è sereno”. Per Mauro Masciotti dipenderebbe principalmente dal tipo di accoglienza scelta, ossia quella a carattere familiare. Senza contare l’impegno messo per evitare la creazione di “ghetti”, come i cosiddetti campi di accoglienza. “Un po’ di pregiudizio c’è – racconta Elisabetta Tricarico, responsabile dell’Ufficio immigrazione della Caritas – così come la paura, ma non abbiamo mai avuto grossi problemi. Quando gli diamo una sistemazione – aggiunge Elisabetta Tricarico -, all’inizio un po’ di diffidenza c’è negli altri condomini. Ecco perché li accompagniamo e li presentiamo ai loro vicini”. Per la responsabile dell’Ufficio immigrazione di piazza San Giacomo la chiave vincente è nella mediazione. “Prepariamo i contesti, così da favorire l’integrazione e spieghiamo ai nostri accolti che il buon esempio serve e ripaga. Gli screzi – sottolinea – possono capitare e sono capitati, ma ad oggi tutti gli appartamenti che abbiamo affittato fino ad ora annualmente ci vengono riconfermati, anche se ultimamente abbiamo qualche difficoltà a trovare nuove abitazioni”. Ecco perché occorre continuare a sensibilizzare la comunità. Come? “Creando sempre nuove situazioni d’incontro – sottolinea Elisabetta Tricarico – e condivisione tra la comunità locale e i nostri ospiti. Importante, poi – conclude – il lavoro in rete anche con le altre associazioni, a cominciare dal Cidis e dall’Arci”.

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