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Spoleto, la riabilitazione sociale dei detenuti passa dalla Rocca

Pubblicato il 10 Giugno 2016 11:20 - Modificato il 5 Settembre 2023 20:09

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Museo del Ducato e carcere di Maiano insieme per promuovere progetti comuni attraverso la cultura e incentrati sulla funzione sociale che ha l’arte. E questo grazie a un protocollo d’intesa che le due istituzioni hanno sottoscritto al fine di sancire una unione di intenti tra due realtà tanto diverse tra loro ma unite da una memoria indelebile che oggi vuole riemergere. Sì, perché se è vero che la Rocca Albornoziana è stata per oltre un secolo e mezzo una struttura di restrizione, lo è altrettanto il fatto che molta di quella memoria è racchiusa negli archivi di quella che lo è oggi. E allora ecco che grazie a determinate aree di intervento inserite all’interno del documento firmato da Giuseppe Martone, provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria per la Toscana e l’Umbria e da Marco Pierini, direttore del Polo Museale dell’Umbria, a far riemergere quella memoria saranno proprio gli stessi detenuti, e ciò permetterà di avere la conoscenza della vita detentiva e quindi le testimonianze storiche e sociali lasciate lì per troppo tempo e di cui la maggior parte della popolazione spoletina stessa non ne è a conoscenza. Ma questo non sarà l’unico ruolo che i detenuti del carcere di Maiano svolgeranno per sviluppare il progetto. Il legame tra Museo del Ducato di Spoleto e carcere di Maiano diventerà ancora di più forte grazie ad alcuni laboratori che verranno creati proprio all’interno della casa di reclusione, finalizzati alla produzione di oggettistica destinata ai siti che costituiscono il Sito Seriale Unesco – Italia Langobardorum. “Il museo è luogo di piena inclusione – sono state le parole di Rosaria Mencarelli, direttrice del Museo del Ducato di Spoleto – e lo è ancor di più per chi non può essere presente ma che, così, ha comunque l’opportunità di migliorare la sua vita”. Tra i presenti alla firma del protocollo d’intesa, anche il vice sindaco Maria Elena Bececco, Giorgio Flamini, il professore che ha fatto in qualche modo da “collante” tra le due istituzioni, e molti altri rappresentanti dell’amministrazione penitenziaria di tutti a tutti i livelli. La Rocca Albornoziana avvia così un nuovo percorso che riconosce al patrimonio culturale un ruolo importante nel creare e potenziare il capitale sociale e umano anche riducendo le disparità sociali, agevolando l’inclusione e la coesione sociale. A questo percorso non è rimasta estranea l’amministrazione penitenziaria, parte integrante del territorio di riferimento e che con il suo direttore, Luca Sardella, con il suo comandante, Marco Piersigilli, e una folta rappresentanza di agenti e ispettori, che pure tenendo conto della peculiarità del carcere, intende rendere lo spazio detentivo organismo di vive sollecitazioni all’evoluzione della persona.

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