“La mia speranza è che le donne iraniane possano avere un futuro di libertà ed emancipazione”. Si leva forte e chiara la voce di Mansoureh Tarkeshi di fronte alla situazione che oggi sta vivendo l’Iran a causa del conflitto scoppiato gli scorsi giorni tra il regime dell’Ayatollah Ali Khamenei – ucciso nella serata di sabato 28 febbraio – e le forze israelo-americane.
Mansoureh è un’infermiera e vive da 47 anni a Foligno, ma purtroppo, da quando è scoppiato il conflitto, non riesce più a mettersi in contatto con i propri cari, che vivono in Iran. “Il regime – racconta a Rgunotizie – ha tolto la connessione internet a tutta la popolazione, così da evitare che qualcuno possa dire ciò che accade nel Paese. Ho mio fratello qui in Italia, ma le radici della mia famiglia sono tutte lì e sono molto preoccupata. Al momento non riesco a parlare con nessuno”.
La situazione in quella che oggi è l’antica Persia in questo momento è molto delicata. Dopo l’uccisione del leader del regime teocratico da parte di un raid israeliano, il conflitto sembra essersi esteso a tutto il Medio Oriente e nessuno sembra in grado di fermare l’escalation. In questo scenario, Mansoureh Tarkeshi ha voluto raccontare su queste colonne la propria esperienza e il suo punto di vista sulle vicende che stanno interessando il suo paese d’origine.
Secondo Mansoureh, al di là delle dinamiche geopolitiche e delle responsabilità dei leader coinvolti, la questione centrale riguarda la condizione della popolazione iraniana: “Le vicende di questi giorni rappresentano una tragedia a livello umano – ha aggiunto –, perché la guerra è terribile e in quanto tale va sempre condannata, ma non nego che il popolo iraniano aspettava da tempo che qualcuno si adoperasse per permettere la fine del regime islamista che da quasi 50 anni calpesta la sua vita e la sua dignità”.
“Non è una questione legata a Trump o Netanyahu – evidenzia –, non mi interessa se l’opinione pubblica occidentale li giudichi buoni o cattivi, io non li reputo dei santi e credo che ci sarà tempo per giudicare le loro azioni. Ma qui la questione è un’altra, qui c’è in gioco la libertà di chi vive in Iran. Da quando c’è stata la rivoluzione contro lo Shah e sono arrivati i vari Khomeini e Khamenei la nostra cultura è stata distrutta da dei fanatici religiosi. Al tempo di Reza Pahlavi (lo Shah, appunto, ndr), sicuramente mancava la libertà politica ed io ero la prima a scendere in piazza per protestare, ma dopo la sua caduta ad essere calpestate sono state tutte le libertà, a partire da quella delle donne”.
Fondamentale nel suo racconto, il confronto con la realtà iraniana pre-rivoluzionaria: “Nel nostro Paese – dice – prima del ‘79 le donne erano libere di fare ciò che volevano, vestirsi come volevano ed esercitare i propri diritti, mentre oggi non hanno la possibilità di fare nessuna di queste cose. Ricordo ancora quando da giovane uscivo, andavo in discoteca e avevo la facoltà di divertirmi come una donna libera, mentre ora le donne che vivono in Iran sono costrette ad essere succubi di una legge retrograda a causa di alcuni fanatici”.
A preoccuparla, infatti, sono le condizioni in cui il popolo è costretto a vivere e per le quali continuamente cerca di ribellarsi, trovando, però, un’oppressione schiacciante da parte del governo sciita.
“Da tempo gli iraniani – sottolinea – scendono in piazza per protestare contro questo regime, venendo puntualmente repressi attraverso uccisioni e torture. Il fatto di esultare quando cadono bombe americane e israeliane, come testimoniato da molti video che ho ricevuto, è una dimostrazione della disperazione a cui sono stati portati gli iraniani dal governo degli Ayatollah, che finora non si sono dimostrati nazionalisti, ma solo dei terroristi, anche nei confronti della propria gente, della quale per anni hanno continuamente violato i diritti umani”.
“In vista della giornata internazionale della donna, il prossimo 8 marzo, spero che le persone possano comprendere quanto le donne soffrano in Iran e quanto sia importante per loro poter conservare un barlume di speranza verso la libertà, che da troppo tempo manca”.
La sua speranza, quindi, è che le forze israelo-americane che hanno ingaggiato la guerra con lo stato persiano, a prescindere dal loro orientamento politico e dai motivi che li portano ad agire, possano far crollare il governo islamista.
“Ora – conclude –, vedere la possibilità concreta che una tale spietata dittatura possa crollare e, quindi, che si possa tornare ad auspicare in un popolo iraniano libero, mi dà speranza. Vorrei che, indipendentemente dal colore politico, la gente capisse che quello che agli iraniani serve oggi è la libertà e questa non può essere raggiunta se non con un cambiamento, a partire dal regime che oggi tiene il suo stivale sul collo del mio popolo”.


















