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Nuove forme di razzismo tra scienza e disinformazione

Pubblicato il 13 Dicembre 2020 09:13 - Modificato il 5 Settembre 2023 13:01

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In ogni periodo difficile della storia umana nasce sempre qualche strana forma di razzismo, ed anche questa volta non abbiamo fatto eccezione.

La pandemia da SarsCov2 ha diviso non solo la comunità scientifica e politica, ma ha diviso anche gli uomini, catalogandoli in “asintomatici” e tutti gli altri, e in scienziati mediatici e tutti gli altri.

In questi ultimi periodi, grazie anche a voli pindarici di noti personaggi pubblici, il web ha reso questo “razzismo pandemico” più globalizzato e connesso che mai, e questa forma di attivismo si sta intensificando sempre di più soprattutto tra una pletora di giovani utenti che utilizzano il mezzo mediatico per attaccare ogni forma di cambiamento e rinuncia, derivanti dalla necessità fattuale di contenere il contagio.

In molte pagine appositamente create, ed in molti commenti in post pubblici, si sta palesando un’apatia morale di chi si volta dall’altra parte, depauperando di fatto una memoria che si colloca alla base di un “vaccino sociale” contro ogni tipo di indifferenza.

Navigando nei vari social network non è difficile imbattersi in commenti di questo tipo, dove persone in evidente stato di fragilità, spaventati dalla progressione dei contagi, chiedono a modo loro il rispetto delle basilari regole di convivenza che sono state messe in campo.

Ma ciò che ho letto in alcuni (fortunatamente pochi) commenti, mi ha lasciato immensamente amareggiato. Vi riporto solo un esempio palese di un utente, che in un post pubblico rispondeva alle paure di persone per lo più anziane e/o fragili con le seguenti parole: “Si allo stato attuale la letalità è praticamente zero per i giovani e sani. Chi ha paura o è anziano se ne stesse a casa, non me ne frega un c**** della salute di chi ritiene che la sua paura gli dia il diritto di limitare la mia vita”.

E vi posso assicurare che il soggetto ascritto non era un “troll”, e che lo stile di conversazione era una costante, sia nel suo profilo che in altri con la stessa linea di pensiero.

Certo si potrebbe obiettare, ma è un’eccezione, è un caso isolato!

No, cari signori. Non è un caso isolato, e ve ne potete accorgere benissimo anche da soli. Ogni giorno infatti nei più noti social network si trovano sempre più diatribe di questa nefandezza.

Ma come siamo arrivati a questo punto, come è possibile scatenare una guerra tra sani e malati? Semplice, mettendo in campo un’altra malattia tipicamente Italica…la disinformazione!

Decine di sedicenti esperti affollano quotidianamente ogni talk show del nostro palinsesto televisivo, per lo più litigando tra loro come galli in un pollaio, asserragliati ognuno nelle loro convinzioni, spesso sbagliate e per lo più dettate da logiche di visibilità piuttosto che di competenza.

Per non parlare degli esperti sanitari. Mai vista fino ad ora una comunità scientifica cosi urlante e vogliosa di notorietà. Più che un’informazione sanitaria alla popolazione, sembra di assistere ad una vecchia tribuna politica di quart’ordine, bisogna ricordare che quando la scienza riceve troppa visibilità, la gente smette di crederle, smette di verificare le fonti, e alla fine ne sa ancora di meno.

Questa disinformazione mediatica, a mio avviso voluta, è stata in grado di frantumare in pochi mesi, ciò che rimaneva del nostro senso di solidarietà. Quella solidarietà che avevamo verso i più deboli, verso i lavoratori, verso i meno giovani, è stata sgretolata da un abisso culturale in cui tutti inesorabilmente stiamo precipitando, ovvero: la nuova dimensione iconico verbale dei virologi, epidemiologi, e scienziati tutti.

Il grande sbaglio che ancora oggi i media stanno perpetrando è quello di mettere sotto i riflettori gli scienziati, con le loro teorie ed i loro sacrosanti errori. Portare sotto le luci della ribalta tutto questo, magari dietro l’assunto al diritto di informazione, rischia di trasformare la scienza in uno zimbello mediatico non più credibile. La scienza è fatta di prove, di errori, e a volte di inevitabili fallimenti. 

Ma allora, porre tutti i fallimenti della scienza sotto l’occhio incompetente dei riflettori, quanto può essere utile? Quanto tutto ciò potrà aiutare la credibilità della scienza stessa se continuiamo a illuminare i suoi legittimi cambi di rotta?

Uno scienziato non può essere un intrattenitore televisivo, un medico salva vite umane. Un virologo combatte virus letali, e tutti lo fanno in un laboratorio, in un reparto di rianimazione, e comunque dentro una struttura sanitaria, e non in un talk show.

Ricominciamo a credere nella scienza silenziosa, quella chiusa nei laboratori, quella fatta da persone che sbagliano in silenzio, che cambiano idea, che tornano sui propri passi, che condividono con gli altri scienziati i successi, ma soprattutto gli insuccessi, perché la scienza non deve mai vergognarsi di sbagliare, ma soprattutto non deve essere usata come “arma di distrazione di massa”.

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