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L’Umbria che penalizza: nella nostra regione i giovani sono tra i meno retribuiti d’Italia

Pubblicato il 9 Maggio 2024 18:41 - Modificato il 10 Maggio 2024 15:10

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Il Cuore Verde d’Italia non paga abbastanza i giovani. A dimostrarlo è l’Agenzia Umbria Ricerche con il report dello scorso 8 maggio su “Quanti sono e quanto guadagnano i giovani dipendenti umbri” di Elisabetta Tondini. Uno studio che riporta rielaborazioni dei dati Inps sulle retribuzioni dei giovani umbri under 35, che lavorano nel comparto privato, mettendole a confronto con la situazione dei coetanei del resto d’Italia.

Nello specifico, dall’indagine emerge che la maggior parte dei giovani, e dei lavoratori umbri in generale, ricopre posizioni gerarchicamente definite come “più basse”. Risulta, infatti, che nel 2022 gli under 35 ad operare nel privato sono stati per il 57,8% operai (contro il 50% del Nord e il 54% della media nazionale), per il 23,5% impiegati (37% al Nord e 33,4% media italiana) e nel 18,4% dei casi apprendisti (11,8% al Nord e 12% in Italia). Pochissimi, poi, i giovani che hanno ricoperto figure dirigenziali, solo 9 in valore assoluto su 69.256. Tra questi lavoratori privati si evidenzia che molti, circa il 36,1%, hanno un contratto a tempo determinato, contro la media italiana del 34,8% e quella settentrionale pari al 33%. Preoccupante è anche il dato relativo alla retribuzione media dei giovani umbri, con uno scarto di circa mille euro annui rispetto alla media nazionale e di quasi 3mila euro annui rispetto al Nord Italia. Se infatti gli under 35 della nostra regione guadagnano mediamente 14.478 euro l’anno, i coetanei italiani e quelli del Nord hanno un profitto annuale, rispettivamente pari a 15.616 euro e a 17.692 euro.

Come riportato, poi, da un’ulteriore indagine di Elisabetta Tondini per l’Aur del 18 gennaio scorso “Le basse remunerazioni del lavoro in Umbria: caratteri, cause, implicazioni”, si tratta di dati che non riguardano solo i giovani ma tutti i lavoratori umbri. La bassa retribuzione nella regione è un elemento noto da tempo e che dipende da una pluralità di fattori. In larga parte ad influire sul dato complessivo anche lo “schiacciamento verso il basso” delle qualifiche lavorative. Tuttavia, analizzando i singoli profili lavorativi del settore privato, risulta che non solo gli operai ma anche gli impiegati, i quadri (prestatori di lavoro subordinato che, pur non appartenendo alla categoria dei dirigenti, svolgono funzioni con carattere continuativo di rilevante importanza per l’azienda) e i dirigenti, sono nettamente penalizzati dal punto di vista del guadagno in relazione alla media nazionale. Riferirsi alla retribuzione solo in base alla qualifica risulta, tuttavia, troppo generico poiché non tiene conto di tanti aspetti che influenzano la retribuzione, come la durata del periodo di lavoro, il tipo di contratto o la durata. Per questo nell’articolo, per indagare il fenomeno più specificatamente, viene fatta un’analisi, senza tenere conto della fascia d’età, sui lavoratori standard (tempo indeterminato, full-time che vengono retribuiti per l’intero anno), senza tener conto della fascia d’età). Scoprendo che specificatamente per questa fetta di lavoratori la retribuzione umbra annua è pari a 30.872 euro contro una media nazionale di 37.360 euro, divario che interessa tutte le categorie, minimo negli apprendisti e massimo nelle cariche dirigenziali. Un problema, quello dei bassi stipendi in Umbria, strettamente legato – specifica la Tondini nell’articolo di gennaio – al fattore organizzativo del lavoro e alla gestione delle risorse umane, che si riflette su livelli medi complessivi retributivi. Fatto correlato, in un rapporto di causa-effetto, con il livello di innovazione degli assetti produttivi e con la produttività del sistema. In altre parole, a spiegare le minori retribuzioni regionali è un circolo vizioso, in cui prima di tutto c’è una scarsa capacità delle imprese locali di generare maggiore valore aggiunto.

Risulta poi rilevante anche il dato – reperito dallo studio “quanti sono e quanto guadagnano i giovani dipendenti umbri” –  secondo cui tra gli under 30 nel 2023, per quanto riguarda le cessazioni di contratti a tempo indeterminato, in 80 casi su 100 si è trattato di dimissioni (78 su 100 in Italia e 83 su 100 al Nord). Un fattore cresciuto esponenzialmente dallo scoppio della pandemia anche tra i lavoratori over 30, e più o meno allo stesso modo in tutta Italia. Sul tema è interessante il rapporto dell’Istituto Eures (Ricerche Economiche e Sociali), realizzato tra dicembre 2023 e febbraio 2024 su un campione rappresentativo di giovani italiani dai 15 ai 35 anni. Indagine da cui emergono le principali preoccupazioni degli under 35 in termini di occupazione, primo fra tutti il timore di svolgere un lavoro con una retribuzione inferiore a quella adeguata in relazione al valore delle prestazioni effettuate. A questo cruccio seguono quelli di rimanere con un lavoro precario per molto tempo, la mancanza di opportunità idonee alle proprie competenze e il rischio di trovare un lavoro non adatto o non in linea con la propria formazione. La questione economica è prioritaria ma non è l’unico elemento che guida la scelta: dalla stessa ricerca risulta, infatti, che nella scelta del lavoro conta sì la retribuzione, ma anche la realizzazione personale attraverso la soddisfazione, il contenuto del lavoro e la coerenza con la formazione, un buon ambiente di lavoro e le opportunità di carriera. Se i giovani abbandonano il lavoro, pur se fisso e stabile, non dipende quindi esclusivamente dalla remunerazione, ma da motivazioni più complesse e profonde legate al proprio benessere psicologico. Da notare, inoltre, che nella maggior parte dei casi il lavoro non viene abbandonato senza un motivo, risulta che ci siano infatti trasferimenti programmati in altre aziende o settori per profili e tipologie di contratti differenti o la volontà di spostarsi verso altre destinazioni geografiche.
Si può affermare in conclusione, come riporta la Tondini nell’articolo “Le basse remunerazioni del lavoro in Umbria: caratteri, cause, implicazioni” che “l’Umbria sconta una penalizzazione che ha a che fare con la traiettoria e i caratteri del suo sviluppo, con una prolungata ed insufficiente propensione a investire nel capitale umano, con le fragilità economiche e finanziarie di quella parte del tessuto imprenditoriale più debole, meno capitalizzato e a minore contenuto di innovazione, dunque a più bassa produttività e profittabilità e a contenuta qualità gestionale e manageriale. Quando invece – conclude – l’investimento più importante per aumentare la produttività è la qualità manageriale”.

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